Giuseppe Gioacchino Belli: Er Giorno der Giudizzio

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Pasqua è la festa cristiana più importante, in quanto rappresenta la Risurrezione, la vittoria della vita sulla morte. Come a Natale, vorrei riflettere sul tema attraverso l’ironica rappresentazione del Belli, che con disarmante semplicità, ci delinea il giorno del Giudizio: 

Er giorno der Giudizzio

Quattro angioloni cole trombe in bocca
se metteranno uno pe cantone
a sonà: poi co tanto de vocione
cominceranno a dí: ” Fora a chi tocca”.

Allora vierà su una filastrocca
de schertri da la terra a pecorone,
pe ripijà figura de perzone,
come purcini attorno de la biocca.

E sta biocca saà Dio benedetto,
che ne farà du’ parte, bianca e nera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajera
d’angioli, e, come si s’annassi a letto
smorzeranno li lumi, e bona sera.

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Giuseppe Gioacchino Belli e la vigilia di Natale

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L’ironia pungente del Belli, per sorridere, ma anche per riflettere in questi giorni di festa e di piacevoli ritrovi conviviali.

Abbacchio, oliva e pesce

Ustacchio, la víggija de Natale
Te mmettete de guardia sur portone
De quarche mmonzignore o cardinale,
E vederai entrà sta prícissione.

Mo entra una cassetta de torrone,
Mo entra un barilozzo de caviale,
Mo er porco, mo er pollastro, mo er cappone,
E mmo er fiasco de vino padronale.

Poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio,
L’oliva dolce, er pesce de Fojjano,
L’ojjio, er tonno, l’anguila de Comacchio.

Insomma, inzino a nnotte, a mmano ammano,
Te llì tt’accorgerai, padron Ustacchio,
Cuant’è ddivoto er popolo romano.

La tomba dell’Ara Pacis

  

Sapete cosa accomuna l’Ara Pacis al Lido di Jesolo?  

Ditelo voi.

   Il museo dell’Ara Pacis - Jesolo Lido Village 

 Museo Ara Pacis 			Progetto Jesolo Lido Village
  

Chissà come l’avrebbe presa l’imperatore Ottaviano Augusto, sapendo che il monumento celebrativo dei suoi 30 anni di pace sarebbe stato inscatolato dentro una struttura simile. 

Creatore dell’osceno scempio è il blasonato architetto Richard Meier. Visitando il sito dell’originalissimo architetto (www.richardmeier.com), ci si rende conto di come le opere si assomigliano molto, quasi tutte. Sembrano sempre le stesse, dagli anni ’70 ad oggi, montate in modo diverso, in posti diversi. Scorrete le foto (non perdete il “World Trade Center Design Proposal” due enorme cancelletti, quasi come quello del telefono per rimpiazzare le Torri Gemelle), poi fate bene attenzione.

 Notato nulla?

Nessuna delle opere è inserita in un contesto urbano storico. Tutte opere in aree urbane perifiche, moderne o circondati da spazi verdi. Tranne una: il museo dell’Ara Pacis.

La foto presentata poi è scattata a regola d’arte. La struttura, velata dagli alberi si inserisce perfettamente nel contesto, lascia intendere una continuità ideale con gli argini del Tevere:

     

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Se poi vi recate sul posto cambia tutto: le forme tozze, schematiche ed inespressive sovrastano la facciata di San Rocco, un birillo gigante si erge con la scritta Ara Pacis, neanche fosse una giostra. Lo spazio è occupato e annullato da un ingombrante traghetto di cemento, vetro e travertino, parcheggiato, per l’appunto sulla sponda del Tevere.

Da dentro è ancora peggio, una dissacrazione. Anziché porgere l’opera ai cittadini, la struttura opprime con fare sgraziato ed ingombrante un capolavoro, che seppur con una geometria statica ed essenziale, si caratterizza per la vivacità e l’ineguagliabile raffinatezza delle decorazioni. 

Eppure qualcuno ha mostrato non poco entusiasmo. L’autorevole professoressa Claudia Conforti, acclama così l’opera sul Corriere del 16 Novembre 2006: «Il museo di Richard Meier per l’Ara Pacis è un’opera elegante e meditata. Il suo deliberato intellettualismo trasfigura lo spaesamento spazio-temporale dell’Ara derivante dalla casualità topografica della sua ubicazione e dalla frettolosa anastilosi, imposte da un fascismo bramoso di brillare della luce riflessa dell’antico impero».

Pazzesco. Tralasciando i dubbi sull’eleganza, che forse si rimette più al buon senso che non ad un criterio assoluto, di sicuro non è un opera meditata, fin troppo uguale a tutte gli altri “capolavori” dell’autore. Peccato che Roma non è Jesolo né Miami. Tutto questo giro di parole per giustificare il fatto che l’Ara Pacis è stata piazzata nel posto sbagliato una volta recuperata. Ma quale posto migliore se non il Mausoleo di Augusto creando sia una continuità di tipo religioso tra Ara e Mausoleo sia, ben più importante, di tipo umano tra l’imperatore e la sua opera, un trentennio di pace e prosperità per il popolo? 

Sgarbi afferma: «La città patisce, nel cuore del centro storico, un intollerabile insulto attraverso un edificio indegno di un’informe periferia suburbana, il cui modello è un garage multipiano o una vetrina per esposizioni di automobili. A Roma non può essere fatta una cosa che sta bene alla periferia di Los Angeles». E non è il solo. Federico Zeri, il celebre critico ne disse: «Meier conosce Roma, come io conosco il Tibet». Ed in Tibet Zeri, non ci è mai stato. Giorgio Muratore, urbanista: «L’ara Pacis è un cantiere impazzito». Renato Nicolini, architetto ed ex assessore alla cultura del Comune: «Il progetto di Meier è uno dei peggiori che l’architetto statunitense potesse escogitare». Manfredi Nicoletti, architetto: «Bisogna fermare subito lo scempio». Massimiliano Fuksas, architetto: «Sono stato sempre contrario al progetto». Fino ad arrivare al Principe Carlo d’Inghilterra, del tutto estraneo alla vicenda, ma che da appassionato di architettura, indignato, definì l’opera «una pompa di benzina» (Daily Telegraph, 9 aprile 2001). Contro la gigantesca teca di vetro, acciaio e travertino anche Italia Nostra, e le associazioni del centro storico. 

Allora passi pure la curiosa chiesa a Tor Tre Teste, perché forse in periferia è lecito sperimentare, ma nel centro storico di Roma, assolutamente no.

Ma allora come mai è stato affidato un incarico simile a questo architetto probabilmente non preparato ad affrontare un contesto del genere? 

Ci dovrebbe rispondere il sig. Francesco Rutelli, allora sindaco di Roma, nel 1995 quando sono iniziati i lavori (esatto ci sono voluti più di dieci anni per questa nefandezza). La gara è stata assegnata senza alcun bando di gara, in virtù delle opere speciali per il Giubileo. Peccato, un lieve ritardo nella consegna: 6 anni dopo.

E non solo i tempi si sono moltiplicati, ma anche i costi: da 6 a circa 15 milioni di Euro.

Tanto per darvi un termine di paragone vi riporto che con quasi 4,5 milioni di Euro grazie al bando “Cantieri d’Arte” della Compagnia di San Paolo sono stati ristrutturati ben 80 edifici religiosi in Piemonte e in Liguria.

A Roma invece è stato speso più del triplo per costruire un osceno traghetto di travertino e cemento! 

 Vergogna!