Palermo: città dei contrasti

Palermo è la città dei contrasti. Forti, dissonanti, violenti. Ordine e caos, senza soluzione di continuità. Questa la sua debolezza, questo groviglio inestricabile, il suo fascino.

Città dell’arte della cultura, del Teatro Massimo, che è più che un teatro, delle piccole librerie indipendenti, degli editori fini e ricercati, di Sellerio. Palermo, dove i bambini non vanno a scuola, dove non c’è istruzione nè lavoro e ci si arrangia.

Città dei vicoli stretti e maleodoranti, sporchi, dove ci si perde, come lo Zen. Dove è meglio non perdersi. Quartieri senza speranza di una città morta, decadente. Città di eleganti costruzioni, di una moderna città ideale, quelle di viale Libertà, fino Piazza Politeama, dove non ci si perde. Dove è bello perdersi, guardando in aria, assaporando l’accenno regale dei palazzi gentilizi di una città viva, con sapore retrò.

E’ ampia Via Libertà, con i suoi platani, richiama Parigi. Ma Palermo non somiglia a Parigi. Nel quartiere della Kalsa si trovano tratti arabo-bizantini, sapori mediterranei. Ancora vicoli stretti. Poi spazi ampi, trasfigurati senza tempo: Lo spasimo. Tra vecchie ed umide costruzioni, distrutte e ricostruite dal tempo, appaiono palazzi rinascimentali, Palazzo Abatellis, signorile, dai tratti catalani.

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A Palermo, secoli di storia si sovrappongono, si mescolano. Si accalcano senza lasciare spazio. Senza respiro.
Qui la storia è scritta ovunque. Arabi, normanni, ispanici hanno lasciato il segno: sui volti delle persone, nelle strade, nei palazzi, nei quartieri, a tavola.

Città del caos automobilistico ovunque e nelle arterie principali. Da corso Vittorio Emanuele, un fiume di auto e smog corre verso il mare. Città della quiete e delle serene passeggiate all’ombra delle piante di Via Principe di Belmonte. Dall’indolenza dei suoi bar, dove il tempo non esiste ed il caffè sublima il gusto in un rito antico, un fiume di profumi scorre lento verso il passato.

Città cristiana, della cattedrale, del Duomo di Monreale, della Martorana. Particolare la sua religiosità ornata di fregi arabi e influssi bizantini. Una religiosità profonda che benedice tutto, anche quello che non si deve benedire. Una religiosità che abbraccia una passione accesa, pagana e violenta, nei cruenti ex-voto del Museo Pitrè. E il passato ritorna, in una passione disperata come quella di chi difende la giustizia con le unghie e con i denti, contro chi distrugge la giustizia con le unghie e con i denti.

Città nobile, dove la nobiltà ha ancora un senso, dove nobile è il sorriso ospitale di chi è disposto ad aiutarti, di chi generosamente ti offre qualcosa senza chiedere nulla; qui ha ancora un senso il rispetto, quello vero. E pure dove la nobiltà non ha più senso, dove non c’è nulla di nobile nel chi cela un inganno dietro ad un sorriso falso ed ipocrita, di chi ti chiede senza offrire nulla. Qui non ha più senso il rispetto.

Palermo, città storica, antica. Città moderna, distrutta e ricostruita in meno di cinquanta anni dall’ oscena edilizia, mafiosa e collusa con lo stato.

Città da dove fuggire, dove rifugiarsi, dove scappare. Dove, ancora una volta, tornare.