11 Settembre 2001. Riflessioni.

Dove eravate voi, quel giorno?

A distanza di 8 anni il dibattito sull’11 Settembre è ancora acceso. E da quel giorno, gli Stati Uniti e forse il mondo intero è un po’ cambiato.

Lo sgomento e quel velo di insicurezza che ha segnato tutti noi da quel giorno, trovano espressione nella ferrea volontà di capire, comprendere, rispondere a tutti le domande che possano motivare e, soprattutto, giustificare quanto accaduto. Domande che non troveranno mai una risposta esauriente, nulla di abbastanza accettabile che possa giustificare un evento così drammatico e feroce.

Nei media si snoda un fitto reticolato di informazioni, documenti, dichiarazioni, perizie tecniche e testimonianze. Si arriva anche a teorie ed ipotesi più o meno fantasiose e credibili.

Un antico criterio noto come “Rasoio di Occam”, suggerisce: “in mancanza di ulteriori informazioni, la soluzione vera è la più semplice”. D’altra parte citando il senatore Giulio Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre”.

Ma veniamo al dunque: cerchiamo di ragionare in linea generale su due piste, la teoria “ufficiali” e l’ipotesi di complotto e, come in un indagine che si rispetti, cerchiamo di capire il movente.

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Leonardo Sciascia – L’affaire Moro

Sciascia L., L’affaire Moro, Sellerio, 2009

affaire_moroL’affaire Moro è un testo sorprendente di raro spessore umano e culturale. Un’opera di Leonardo Sciascia, non “letteraria”, ma “di verità”. Una verità purtroppo, controversa e tuttora dibattuta.

Il libro si apre con una dotta ed interessante introduzione: Cita l’“articolo delle lucciole” di Pasolini, che illustra il contesto di quegli ultimi anni ’70. Poi il genio di Borges – e il suo racconto “Pierre Menard autore del “Chisciotte” – che si pone come un’avvertenza di metodo: rileggere i documenti con il senno di poi.

E’ una premessa necessaria, per affrontare un’attenta lettura delle lettere di Moro scritte durante i giorni della prigionia.
Inizia così un’analisi appassionata, che se da un lato ha il rigore di un indagine, dall’altro non prescinde la pietà verso il dramma. E, soprattutto, è un’analisi molto convincente: Sciascia espolora il significato delle parole di Moro, illustra il contesto, legge tra le righe, fa emergere talvolta anche quanto non esplicitamente riferito.

La chiave di lettura è chiara: ogni tentativo di lucida e razionale mediazione proposto da Moro si andava infrangendo contro una ferrea e inflessibile “ragion di Stato” che non accettava alcun compromesso.

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AA. VV. – Sequestro di Verità

  AA. VV., Sequestro di Verità, Edizioni Kaos, 2007

Scrivere un post su un tema così controverso e complesso non è assolutamente semplice. Tuttavia non ne ho potuto fare a meno, fortemente convinto che ci sia ancora qualcuno con la pazienza, la voglia e l’onestà intellettuale di affrontare temi di questo genere con disinteressato spirito critico, lontani da mistificazioni o fumose dietrologie.

Sequestro di verità è un libro sconvolgente. Con minuziosa e puntuale metodicità il testo affronta le numerose ombre che gravano sul caso Moro, anche là dove tutto sembra chiaro.

L’attenta e documentata analisi di Sergio Flamigni, a cui va tutta la mia stima, già membro della Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Moro e autore del best-seller “La tela del Ragno”, evidenzia come tutta l’operazione si è svolta in un contesto stranamente costellato da personaggi afferenti la sfera del servizio segreti di stato (sisde), la loggia massonica P2 o comunque ambienti con influenze filoatlantiche.

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Roberto Saviano – Gomorra

 Saviano R., Gomorra, Mondadori, 2006

Container di cinesi morti congelati che tornano in Cina per far immigrare altri cinesi, vestiti e accessori griffati, falso made in Italy che alimenta indistintamente il mercato del falso e dell’originale e poi ancora l’ascesa delle famiglie di Casal di Principe e le faide interne per il controllo del mercato della droga e dell’imprenditoria edilizia e del traffico illecito dei rifiuti.

Ripercorrendo il filo di un’inchiesta a partire dal traffico di droga o da un omicidio, ci si trascina dietro un’altra miriade di fili intrecciati che vanno dal traffico d’armi all’imprenditoria turistica in Scozia. Si scopre che nella regione con il più alto tasso di disoccupazione d’Europa, si ha il più alto numero di Mercedes vendute.

Sfogliando le pagine di Gomorra ci si rende perfettamente conto che il termine “camorra” è un nomignolo inappropriato, grottesco, teatrale. In realtà è il “Sistema”. Si scopre così un intero substrato soggiacente il tessuto socio-economico che ne supporta e ne alimenta lo sviluppo, diretto da un potere economico e militare concentrato nelle mani di una vasta organizzazione criminale.

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In nome del Popolo Italiano

Una spiaggia coperta dai rifiuti, un mare torbido.

L’integerrimo giudice istruttore Bonifazi e l’industriale Santenocito, sospetto omicida, si siedono su un tronco di albero. Il cielo è grigio e inizia a piovere. All’ennesimo tentativo da parte dell’industriale di blandire il giudice istruttore la conversazione si interrompe.

La scena del capolavoro di Dino Risi, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman si rivela attuale e graffiante quanto mai.

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Comunali 2008: Vota la mia società! [2]

Vorrei segnalarvi uno dei commenti al precedente post: “Comunali 2008: Vota la mia società!” che merita il giusto spazio, in quanto giunge proprio dalla candidata Tiziana Fabbri.

Prima di procedere vorrei sottolineare come la rete (ancora una volta) si conferma un efficace mezzo di comunicazione e di democratico confronto. Fintanto che vi è l’intenzione e l’interesse per un confronto civile vi sono anche i margini per tirare fuori qualcosa di costruttivo.

Riporto di seguito il commento al precedente post ed alcune mie osservazioni.

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La tomba dell’Ara Pacis

  

Sapete cosa accomuna l’Ara Pacis al Lido di Jesolo?  

Ditelo voi.

   Il museo dell’Ara Pacis - Jesolo Lido Village 

 Museo Ara Pacis 			Progetto Jesolo Lido Village
  

Chissà come l’avrebbe presa l’imperatore Ottaviano Augusto, sapendo che il monumento celebrativo dei suoi 30 anni di pace sarebbe stato inscatolato dentro una struttura simile. 

Creatore dell’osceno scempio è il blasonato architetto Richard Meier. Visitando il sito dell’originalissimo architetto (www.richardmeier.com), ci si rende conto di come le opere si assomigliano molto, quasi tutte. Sembrano sempre le stesse, dagli anni ’70 ad oggi, montate in modo diverso, in posti diversi. Scorrete le foto (non perdete il “World Trade Center Design Proposal” due enorme cancelletti, quasi come quello del telefono per rimpiazzare le Torri Gemelle), poi fate bene attenzione.

 Notato nulla?

Nessuna delle opere è inserita in un contesto urbano storico. Tutte opere in aree urbane perifiche, moderne o circondati da spazi verdi. Tranne una: il museo dell’Ara Pacis.

La foto presentata poi è scattata a regola d’arte. La struttura, velata dagli alberi si inserisce perfettamente nel contesto, lascia intendere una continuità ideale con gli argini del Tevere:

     

ara_meier.jpg

Se poi vi recate sul posto cambia tutto: le forme tozze, schematiche ed inespressive sovrastano la facciata di San Rocco, un birillo gigante si erge con la scritta Ara Pacis, neanche fosse una giostra. Lo spazio è occupato e annullato da un ingombrante traghetto di cemento, vetro e travertino, parcheggiato, per l’appunto sulla sponda del Tevere.

Da dentro è ancora peggio, una dissacrazione. Anziché porgere l’opera ai cittadini, la struttura opprime con fare sgraziato ed ingombrante un capolavoro, che seppur con una geometria statica ed essenziale, si caratterizza per la vivacità e l’ineguagliabile raffinatezza delle decorazioni. 

Eppure qualcuno ha mostrato non poco entusiasmo. L’autorevole professoressa Claudia Conforti, acclama così l’opera sul Corriere del 16 Novembre 2006: «Il museo di Richard Meier per l’Ara Pacis è un’opera elegante e meditata. Il suo deliberato intellettualismo trasfigura lo spaesamento spazio-temporale dell’Ara derivante dalla casualità topografica della sua ubicazione e dalla frettolosa anastilosi, imposte da un fascismo bramoso di brillare della luce riflessa dell’antico impero».

Pazzesco. Tralasciando i dubbi sull’eleganza, che forse si rimette più al buon senso che non ad un criterio assoluto, di sicuro non è un opera meditata, fin troppo uguale a tutte gli altri “capolavori” dell’autore. Peccato che Roma non è Jesolo né Miami. Tutto questo giro di parole per giustificare il fatto che l’Ara Pacis è stata piazzata nel posto sbagliato una volta recuperata. Ma quale posto migliore se non il Mausoleo di Augusto creando sia una continuità di tipo religioso tra Ara e Mausoleo sia, ben più importante, di tipo umano tra l’imperatore e la sua opera, un trentennio di pace e prosperità per il popolo? 

Sgarbi afferma: «La città patisce, nel cuore del centro storico, un intollerabile insulto attraverso un edificio indegno di un’informe periferia suburbana, il cui modello è un garage multipiano o una vetrina per esposizioni di automobili. A Roma non può essere fatta una cosa che sta bene alla periferia di Los Angeles». E non è il solo. Federico Zeri, il celebre critico ne disse: «Meier conosce Roma, come io conosco il Tibet». Ed in Tibet Zeri, non ci è mai stato. Giorgio Muratore, urbanista: «L’ara Pacis è un cantiere impazzito». Renato Nicolini, architetto ed ex assessore alla cultura del Comune: «Il progetto di Meier è uno dei peggiori che l’architetto statunitense potesse escogitare». Manfredi Nicoletti, architetto: «Bisogna fermare subito lo scempio». Massimiliano Fuksas, architetto: «Sono stato sempre contrario al progetto». Fino ad arrivare al Principe Carlo d’Inghilterra, del tutto estraneo alla vicenda, ma che da appassionato di architettura, indignato, definì l’opera «una pompa di benzina» (Daily Telegraph, 9 aprile 2001). Contro la gigantesca teca di vetro, acciaio e travertino anche Italia Nostra, e le associazioni del centro storico. 

Allora passi pure la curiosa chiesa a Tor Tre Teste, perché forse in periferia è lecito sperimentare, ma nel centro storico di Roma, assolutamente no.

Ma allora come mai è stato affidato un incarico simile a questo architetto probabilmente non preparato ad affrontare un contesto del genere? 

Ci dovrebbe rispondere il sig. Francesco Rutelli, allora sindaco di Roma, nel 1995 quando sono iniziati i lavori (esatto ci sono voluti più di dieci anni per questa nefandezza). La gara è stata assegnata senza alcun bando di gara, in virtù delle opere speciali per il Giubileo. Peccato, un lieve ritardo nella consegna: 6 anni dopo.

E non solo i tempi si sono moltiplicati, ma anche i costi: da 6 a circa 15 milioni di Euro.

Tanto per darvi un termine di paragone vi riporto che con quasi 4,5 milioni di Euro grazie al bando “Cantieri d’Arte” della Compagnia di San Paolo sono stati ristrutturati ben 80 edifici religiosi in Piemonte e in Liguria.

A Roma invece è stato speso più del triplo per costruire un osceno traghetto di travertino e cemento! 

 Vergogna!