Caro Enzo, addio.

6 novembre 2007

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Oggi è scomparso Enzo Biagi.

La notizia mi ha toccato profondamente, così come quando nel luglio 2001 scomparve Indro Montanelli. Due figure lontane, talvolta, ma vicine per l’impegno, la correttezza, la serietà professionale e l’integrità morale. Mostri sacri del giornalismo ed esempi di vita.

Con Enzo Biagi se ne va un frammento di Novecento e di Storia italiana, si chiude definitivamente un epoca di cui Biagi fu testimone e narratore.

Ho ripreso recentemente uno dei suoi libri, che tanto mi hanno appassionato alla lettura, ad assaporare il valore ed il piacere di ascoltare una storia, di sfogliare istantanee di vita che tanto possono insegnare, anche con poco.

La prima pagina di “Lunga è la notte” mi suona oggi come una lettera di addio:

Come è triste una rosa bianca di autunno: rabbrividisce nel vento. Cadono pesanti le foglie dell’ippocastano: sento che l’inverno si avvicina.
Pasolini si accorse che erano sparite le lucciole; sono anni che non vedo partire o arrivare le rondini. E’ stato subito domani e tutto è passato molto in fretta.
Una volta mi sembrava che il mondo cominciasse con me: lo scoprivo ogni giorno. Ogni ora aveva un profumo: di terra bagnata, di legna bruciata, quando era tempo di vendemmia, di mosto; arrivavano in città i carri trainati dai grandi buoi e ricomparivano le vecchine delle caldarroste.
Mi addormentavo con la musica della pioggia che scrosciava sul selciato. Prima recitavo l’atto di dolore, “perchè se muori”, ammoniva mia madre “vai in purgatorio”.
Anche adesso dico una preghiera: per chi ho amato, per chi mi ha amato. C’è qualcuno che ha pianto per me? Willy Brandt alla fine si è giustificato: “Ho fatto ciò che ho potuto”. Anch’io.

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Nuove forme d’arte: speedpainting!

18 settembre 2007

A volte la tecnologia ci permette punti di vista che non ci saremmo mai immaginati di apprezzare.

Il giovane talento argentino Nico di Mattia, appena venticinquenne ha avuto un’idea. Guardate qui:  

I video condensano in pochi minuti condensato il lavoro di molte ore.

Guardandoli attentamente c’è una cosa che più di tutto mi affascina. E’ un preciso e sfuggente momento in cui il disegno inganna l’occhio diventando fotorealistico. Quando?

 


Da Borges ai blog

7 settembre 2007

Borges J. L., Finzioni, Adelphi

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Cominciamo da lontano: Borges.

Nella Biblioteca di Babele, l’universo è trasformato in parole, libri, in un infinita biblioteca dove, e chissà dove, qualche remota combinazione di parole dovrà pur contenere la spiegazione di Tutto, la Verità. E la speranza che esista “rallegra la nostra solitudine“. 

Lirica ed elegante la rappresentazione di Borges, poeta della logica e matematica. Una biblioteca così sarebbe il sogno o forse l’incubo di molti bibliofili. Il libro, un oggetto così raro, un tempo, piccolo scrigno di sapere.

E oggi? Penso alla grande quantità di informazioni che ci offrono i media, in particolare ovviamente Internet. Qualcuno ha detto che le informazioni che riceviamo in pochi giorni si equivalgono a quante ne riceveva un contadino del Settecento in tutta la sua vita. Non so se è vero, ma suona verosimile.

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Perchè un disclaimer nel blog?

27 agosto 2007

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Navigando per la rete, si incontrano spesso blog che riportano il seguente avviso:

«Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001»

Perchè?

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La tomba dell’Ara Pacis

18 luglio 2007

  

Sapete cosa accomuna l’Ara Pacis al Lido di Jesolo?  

Ditelo voi.

   Il museo dell’Ara Pacis - Jesolo Lido Village 

 Museo Ara Pacis 			Progetto Jesolo Lido Village
  

Chissà come l’avrebbe presa l’imperatore Ottaviano Augusto, sapendo che il monumento celebrativo dei suoi 30 anni di pace sarebbe stato inscatolato dentro una struttura simile. 

Creatore dell’osceno scempio è il blasonato architetto Richard Meier. Visitando il sito dell’originalissimo architetto (www.richardmeier.com), ci si rende conto di come le opere si assomigliano molto, quasi tutte. Sembrano sempre le stesse, dagli anni ’70 ad oggi, montate in modo diverso, in posti diversi. Scorrete le foto (non perdete il “World Trade Center Design Proposal” due enorme cancelletti, quasi come quello del telefono per rimpiazzare le Torri Gemelle), poi fate bene attenzione.

 Notato nulla?

Nessuna delle opere è inserita in un contesto urbano storico. Tutte opere in aree urbane perifiche, moderne o circondati da spazi verdi. Tranne una: il museo dell’Ara Pacis.

La foto presentata poi è scattata a regola d’arte. La struttura, velata dagli alberi si inserisce perfettamente nel contesto, lascia intendere una continuità ideale con gli argini del Tevere:

     

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Se poi vi recate sul posto cambia tutto: le forme tozze, schematiche ed inespressive sovrastano la facciata di San Rocco, un birillo gigante si erge con la scritta Ara Pacis, neanche fosse una giostra. Lo spazio è occupato e annullato da un ingombrante traghetto di cemento, vetro e travertino, parcheggiato, per l’appunto sulla sponda del Tevere.

Da dentro è ancora peggio, una dissacrazione. Anziché porgere l’opera ai cittadini, la struttura opprime con fare sgraziato ed ingombrante un capolavoro, che seppur con una geometria statica ed essenziale, si caratterizza per la vivacità e l’ineguagliabile raffinatezza delle decorazioni. 

Eppure qualcuno ha mostrato non poco entusiasmo. L’autorevole professoressa Claudia Conforti, acclama così l’opera sul Corriere del 16 Novembre 2006: «Il museo di Richard Meier per l’Ara Pacis è un’opera elegante e meditata. Il suo deliberato intellettualismo trasfigura lo spaesamento spazio-temporale dell’Ara derivante dalla casualità topografica della sua ubicazione e dalla frettolosa anastilosi, imposte da un fascismo bramoso di brillare della luce riflessa dell’antico impero».

Pazzesco. Tralasciando i dubbi sull’eleganza, che forse si rimette più al buon senso che non ad un criterio assoluto, di sicuro non è un opera meditata, fin troppo uguale a tutte gli altri “capolavori” dell’autore. Peccato che Roma non è Jesolo né Miami. Tutto questo giro di parole per giustificare il fatto che l’Ara Pacis è stata piazzata nel posto sbagliato una volta recuperata. Ma quale posto migliore se non il Mausoleo di Augusto creando sia una continuità di tipo religioso tra Ara e Mausoleo sia, ben più importante, di tipo umano tra l’imperatore e la sua opera, un trentennio di pace e prosperità per il popolo? 

Sgarbi afferma: «La città patisce, nel cuore del centro storico, un intollerabile insulto attraverso un edificio indegno di un’informe periferia suburbana, il cui modello è un garage multipiano o una vetrina per esposizioni di automobili. A Roma non può essere fatta una cosa che sta bene alla periferia di Los Angeles». E non è il solo. Federico Zeri, il celebre critico ne disse: «Meier conosce Roma, come io conosco il Tibet». Ed in Tibet Zeri, non ci è mai stato. Giorgio Muratore, urbanista: «L’ara Pacis è un cantiere impazzito». Renato Nicolini, architetto ed ex assessore alla cultura del Comune: «Il progetto di Meier è uno dei peggiori che l’architetto statunitense potesse escogitare». Manfredi Nicoletti, architetto: «Bisogna fermare subito lo scempio». Massimiliano Fuksas, architetto: «Sono stato sempre contrario al progetto». Fino ad arrivare al Principe Carlo d’Inghilterra, del tutto estraneo alla vicenda, ma che da appassionato di architettura, indignato, definì l’opera «una pompa di benzina» (Daily Telegraph, 9 aprile 2001). Contro la gigantesca teca di vetro, acciaio e travertino anche Italia Nostra, e le associazioni del centro storico. 

Allora passi pure la curiosa chiesa a Tor Tre Teste, perché forse in periferia è lecito sperimentare, ma nel centro storico di Roma, assolutamente no.

Ma allora come mai è stato affidato un incarico simile a questo architetto probabilmente non preparato ad affrontare un contesto del genere? 

Ci dovrebbe rispondere il sig. Francesco Rutelli, allora sindaco di Roma, nel 1995 quando sono iniziati i lavori (esatto ci sono voluti più di dieci anni per questa nefandezza). La gara è stata assegnata senza alcun bando di gara, in virtù delle opere speciali per il Giubileo. Peccato, un lieve ritardo nella consegna: 6 anni dopo.

E non solo i tempi si sono moltiplicati, ma anche i costi: da 6 a circa 15 milioni di Euro.

Tanto per darvi un termine di paragone vi riporto che con quasi 4,5 milioni di Euro grazie al bando “Cantieri d’Arte” della Compagnia di San Paolo sono stati ristrutturati ben 80 edifici religiosi in Piemonte e in Liguria.

A Roma invece è stato speso più del triplo per costruire un osceno traghetto di travertino e cemento! 

 Vergogna! 


Saranno potenti? – Antonio Galdo

12 luglio 2007

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A pagina 120 de “La casta”  è riportato un passaggio di un intervista a Marcello dell’Utri, tratta dal libro “Saranno potenti?” di Antonio Galdo: 

«Eravamo nel settembre del 1993, Berlusconi mi convocò nella sua villa di Arcore e mi disse: “Marcello, dobbiamo fare un partito pronto a scendere in campo alle prossime elezioni…”. Lui aveva provato in tutti i modi a convincere Segni e Martinazzoli per costruire la nuova casa dei moderati (…) “Vi metto a disposizione le mie televisioni” aveva detto. Tutto inutile. E allora decise che il partito dovevamo farlo noi. Poi c’era l’aggressione delle procure e la situazione della Fininvest con 5.000 miliardi di debiti. Franco Tatò, che all’epoca era l’amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d’uscita: “Cavaliere, dobbiamo portare i libri in tribunale” (…). I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l’inchiesta della P2, andò in carcere e perse l’azienda»  

Penso che ogni commento sia superfluo.


Sergio Rizzo / Gian Antonio Stella – La casta

12 luglio 2007

Rizzo S., Stella G.A., La Casta, Rizzoli

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Il libro di Stella e Rizzo si legge bene, scorre e non si dimentica. Sprechi e paradossi di un sistema politico che vive secondo logiche clientelari mosse da interessi strettamente privati e speculativi, spesso immorali o illegali. Una classe politica che si trova d’accordo solo nel proteggere se stessa e si divide solo nel tentativo di conquistare maggior potere, senza alcun interesse per il paese.  

Centinaia di migliaia di copie vendute. Un caso. Ma perché? 

La gente non crede più alla politica, neppure come mezzo dialettico per fare un’opposizione costruttiva. Non c’è più spazio per una dialettica costruttiva, quando la situazione è chiara: chi fa politica cerca il proprio interesse e vantaggio, cerca il potere per avere denaro ed il denaro per avere più potere. Puro opportunismo, legittimato e spettacolarizzato attraverso una sua volgare rappresentazione fornita dai media. 

La gente non crede più alla politica e cerca dunque l’attacco frontale, critico, attraverso indagini, attraverso un giornalismo di assalto preciso e documentato. Un giornalismo impegnato che non resta nella carta stampata, nei libri o nei blog, ma che tocca le coscienze indignate e fa cambiare le cose.
Per davvero. 

Da oggi sarà presente sul mio blog un link al ChiarelettereBlog, il nuovo marchio editoriale indipendente nato il 10 Maggio del 2007