Le case romane del Celio

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foto tratta dal sito: http://www.caseromane.it

Roma, città eterna intrisa di storia ci racconta il passato attraverso la grandiosità dei celebri monumenti che ne segnano le epoche. Vi è così la Roma imperiale dei fori, la meno nota Roma medioevale delle torri e campanili, la fastosa Roma rinascimentale di San Pietro e poi quella barocca e papalina delle centinaia di chiese barocche, fino alla Roma contemporanea del cinema e dell’Eur.

Ma vi è ancora un’altra città: è la Roma sotterranea. Persa nel silenzio dell’oblio, è la città segreta, sepolta dal tempo e dalla terra e che conserva vivi e intatti gli echi del lontano passato. Calarsi nei suoi meandri, si rivela un viaggio nel tempo attraverso le epoche di cui ci parlano le grandiose testimonianze alle quali siamo fin troppo abituati e diventa anche un incontro umano straordinario, a diretto contatto con la vita quotidiana di chi, nei secoli, ci ha preceduto.

Tra i numerosi luoghi ora visitabili vi sono le case romane al Celio, nei sotterranei della basilica dei santi Giovanni e Paolo. Un luogo incantato che merita di essere raccontato.

Si accede alle case romane, dalla salita del Clivo di Scauro, antichissima strada che tuttora conserva l’aspetto assunto in età imperiale, quando era affollata da botteghe e condomini popolari, le cosiddette insulae, di cui tuttora sono ben visibili le tracce in laterizio, perfettamente inglobate nella parete della basilica.
Il nucleo più antico è riconoscibile in una domus del II secolo d.C., caratterizzata da un piccolo impianto termale privato. Le mura della domus guarda il colosseo, edificato solo pochi seguono l’andamento del terreno che declina verso il Colosseo, edificato solo pochi anni prima.

Lo spazio antistante la domus è occupato invece dall’insula che delimita tuttora il Clivo di Scauro. Costruita all’inizio del III secolo d.C. era costituita da un portico dal quale prendevano luce le botteghe e le taverne, mentre nei piani superiori vi erano le abitazioni. Nonostante i prezzi elevati degli affitti, era sicuramente un ambiente caotico e rumoroso, dove crolli e incendi erano all’ordine del giorno.

Ne scrive Giovenale: 

“Roma, la maggior parte degli ammalati muore di insonnia…
Ma c’è una casa in affitto che a Roma permetta di dormire?
Solo ai ricconi è permesso dormire. La colpa di questo malanno è soprattutto dei carri che vanno su e giù lungo i vicoli, e delle mandrie di animali che si fermano e fanno un fracasso che toglierebbe il sonno… ad una vacca marina.”

“È meglio, quindi, vivere dove la notte non scoppiano incendi e non c’è alcun pericolo…
Il terzo piano è in fiamme; tu non te ne sei nemmeno accorto, perché mentre in basso sono già tutti scappati, chi sta lassù – dove le colombelle depositano le uova – quello, sia pure per ultimo, è destinato ad arrostire.”

“Abitiamo in una città che si regge in gran parte su fragili puntelli. Con questi il padrone di casa tiene in piedi le mura pericolanti. Ricopre con della calce una vecchia crepa e ci invita a dormire tranquilli anche sotto la minaccia di un crollo improvviso.”

Successivamente, sempre nel III secolo d.C. un signore facoltoso acquista l’intero complesso costituito dalla domus e dall’insula, realizzando una straordinaria abitazione, con pareti affrescate e un piccolo ninfeo privato, dove si trova una splendida pittura a soggetto marino con divinità pagane, la cui interpretazione è ancora dibattuta.

Nella sala dei Geni, sono vividamente raffigurati i dodici numi tutelari contornati da animali, festoni e ghirlande di fiori, frutti e continui richiami alle stagioni in un quadro di straordinaria vivacità.

Infine nella sala dell’Orante, vi è un altro meraviglioso esempio di pittura tardo-romana in cui compaiono richiami al teatro, a religioni pagane, ma soprattutto ad alcuni elementi cristiani. Ed è proprio l’interpretazione della figura dell’orante, la chiave di volta che suggerisce la prima presenza cristiana nella domus, agli inizi del IV secolo d.C..

Ma c’è molto di più. Una scala porta ad una piccola “confessio”, decorata con immagini legate al martirio dei Santi Giovanni e Paolo e dei Santi Crispo, Crispiniano e Benedetta, secondo la tradizione agiografica della “passio”.

La tradizione agiografica infatti racconta di due fratelli, Giovanni e Paolo, ferventi cristiani costretti ad abiurare il culto cristiano. Davanti al loro netto rifiuto, il comandante Terenziano li sequestra in casa per circa dieci giorni, affinchè possano meditare sulla loro decisione. In quei giorni ricevono la visita e il conforto del prete Crispo, con i compagni Crispiniano e Benedetta. Irremovibili nella loro fede, Giovanni e Paolo subiscono la decapitazione. Saranno sepolti nel sottoscala della loro casa e si dirà che sono stati esiliati. Quando sopraggiungono Crispo, Crispiniano e Benedetta, sorpresi a pregare sulla tomba di Giovanni e Paolo, sono uccisi e sepolti nello stesso modo. Su quel sottoscala sorgerà la piccola “confessio”.

Siamo verso la fine del IV secolo e la domus di proprietà di Bizante, diventa titulus cristiano, poi detto anche titulus Pammachii, dal nome del figlio. Avviene dunque l’effettivo passaggio da abitazione a luogo di culto cristiano, meta di pellegrinaggi e devozione. Saranno queste le fondamenta spirituali della basilica.

Oltre quindici secoli più tardi, nel 1887, Padre Germano da S. Stanislao si ritroverà proprio in questi ambienti densi di storia, dopo essersi calato da un’apertura nel pavimento della basilica, ritenendo di aver ritrovato le spoglie della casa dei Santi Giovanni e Paolo, i due fratelli martiri.

In realtà la vicenda è tuttora molto controversa e dibattuta. Alcune evidenze sembrano non collimare con la tradizione agiografica e la mancanza di reperti e documenti lascia irrosolta la vicenda. Un mistero che, a differenza delle mura delle case, è destinato a rimanere sepolto nell’oblio del tempo.

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