Giuseppe Gioacchino Belli: Er Giorno der Giudizzio

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Pasqua è la festa cristiana più importante, in quanto rappresenta la Risurrezione, la vittoria della vita sulla morte. Come a Natale, vorrei riflettere sul tema attraverso l’ironica rappresentazione del Belli, che con disarmante semplicità, ci delinea il giorno del Giudizio: 

Er giorno der Giudizzio

Quattro angioloni cole trombe in bocca
se metteranno uno pe cantone
a sonà: poi co tanto de vocione
cominceranno a dí: ” Fora a chi tocca”.

Allora vierà su una filastrocca
de schertri da la terra a pecorone,
pe ripijà figura de perzone,
come purcini attorno de la biocca.

E sta biocca saà Dio benedetto,
che ne farà du’ parte, bianca e nera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajera
d’angioli, e, come si s’annassi a letto
smorzeranno li lumi, e bona sera.

6 risposte a Giuseppe Gioacchino Belli: Er Giorno der Giudizzio

  1. abend6 scrive:

    Il Belli e la sua poesia “ironica” e “sarcastica”, spiazza tutte le leggi vigenti.
    Oggi non abbiamo questo “sentire” e mi dispiace.
    Luisa

  2. frontespizio scrive:

    Quetso genere di poesia ha la capacità di rendere tutto più semplice e naturale e soprattutto di dare alle storie, ai fatti, una lettura umana.
    Ciao. Michele

  3. Michelangelo scrive:

    In effetti è proprio come afferma Luisa: questo spirito disincantato e bonario, ma lucido e preciso nelle considerazioni ci permette una lettura della realtà schietta e senza sovrastrutture.
    E’ un approccio di cui non si trova riscontro nella letteratura odierna dove, semmai, si eccede in verso opposto.

  4. md scrive:

    Mi ha sempre molto divertito quell’incipit degli “angioloni” e quel “bona sera” finale, che sono, come dire… molto “romaneschi”. Sì, la definirei un’irrisione bonaria. E’ forse lo spirito originario dell’ironia, un po’ come la intendevano i greci, un “rimpicciolimento” della verità.

  5. Michelangelo scrive:

    Mario concordo sulla tua interessante puntualizzazione.

    E’ vero, soprattutto quel “bonasera” finale è molto romanesco e contiene tutta l’indolenza e sorniona accettazione della sorte, tipica di una certa romanità, da cui consegue un ironico ridimensionamento della drammaticità del momento, come se il giorno del giudizio, fosse, in fondo, un giorno come tanti.

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