I clichè sociali


Un clima di esasperazione e sfiducia collettiva sta serpeggiando sempre più vibrante. Ne è stato un chiaro segnale La Casta”, ormai libro cult, di Stella e Rizzo, seguito dalle pubblicazioni di Travaglio, infine scoppiato nel fenomeno di piazza animato da Grillo.

Alla disillusione politica si accompagna un incalzante appiattimento culturale, incentivato da un’avvilente programmazione televisiva. Ma chi alimenta tutto questo? Tra i colpevoli sicuramente un apparato dirigente sottomesso a logiche clientelari, ma anche una larga parte della popolazione passivamente conformata a modelli sicuramente non edificanti. 

Mi tornano alla memoria versi di Trilussa:

– Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.

 

Ma gli zeri, quella massa di pecore che rappresenta la mediocrità, il pressapochismo, l’ignoranza…“Loro” chi sono?

E’ umano classificare, è praticamente una necessità, per comprendere e razionalizzare la realtà.
Non possiamo prescindere da creare gruppi, classi, sottoclassi, di quasi ogni cosa o persona che incontriamo nella nostra giornata. Non possiamo sottrarci ad essere classificatori, ma anche ad essere classificati.
In modi diversi, ovviamente, anche contraddittori, perché la classificazione è un fatto soggettivo. In quanto astrazione la classificazione implica una perdita di informazioni non coerente con la realtà specifica, se non per attributi comuni.

Ad esempio quando si parla di verdura si intende tutta una classe di alimenti prodotti dalla terra, con determinate caratteristiche fisiche ed organolettiche. Ma la “verdura” è una classe, un qualcosa che esiste solo nella nostra testa come concetto. Nella realtà esistono i pomodori, i carciofi, la bieta…

Personalmente non giudico quello che non conosco (e che ritengo poco interessante conoscere) non so quanti dei circa 100 milioni di libri venduti ogni anno in Italia (il dato è vero) vengono letti, riletti, capiti e ricordati, ammesso che dicano qualcosa di buono. Preferisco scegliere la mia strada in base a quello che preferisco. L’appartenenza ad una categoria o un’altra è un’implicazione secondaria che poco importa. E’ una conseguenza, non un pre-requisito.In questo spazio personale, dove mi trovo molto a mio agio, racconto ciò che più mi piace. Le persone che frequentano il blog, sono capitate qui per caso e, a quanto pare condividono gli stessi interessi.    Come potresti dire di non essere parte della massa quando hai comunque interessi che ti accomunano ad altri? Semmai potrai identificarti meglio in una o più categorie. Ma da quale ti senti diverso? Cerchiamo allora di identificare questa categoria. Ci si accorge, però, che tra le tante caratteristiche ci saranno aspetti che li accomunano anche ad amici e conoscenti, che sicuramente non riteniamo parte della “moltitudine di stolti”.

E allora? Tutto questo per dire che la categorizzazione ha dei limiti, non in termini di funzionalità ma di finalità. E’ fuorviante. In altre parole, puoi servirti della categoria per orientare il marketing di un prodotto, ma non per trarre giudizi o conclusioni sugli elementi che la compongono.

La “gente” è un trama fitta di fili intrecciati il cui comportamento generale prevale statisticamente verso questa o quella inclinazione, in barba alle minoranze, ma non esiste un rapporto nitido ed univoco tra l’orientamento della massa e quello degli individui e sottogruppi. E’ il prodotto complessivo di questa somma di idee, passioni, scelte e preferenze che sta virando verso pericolosi appiattimenti culturali e morali. Ma tutto questo è il risultato inaspettato di un evoluzione, del progresso. 

Quindi “Loro” chi sono? una categoria, dunque, un costrutto mentale, infine solo una soluzione di comodo per dare la colpa a qualcun’altro e dire “colpa loro…io che ci posso fare“. Si chiama sindrome N-I-M-B-Y (not in my back-yard).
Per questo non ha poi molto senso identificare questo o quel gruppetto e affibbiargli un etichetta.

Perchè non è possibile circoscrivere il bene dal il male.
Comunque bisognerebbe far qualcosa…ma cosa?Certo, in un mondo perfetto ci sarebbero soluzioni perfette. Non bisogna cercare la perfezione ma soluzioni efficaci e concretamente attuabili. Altrimenti non sono soluzioni, ma restano chiacchiere. Le analisi, le critiche, le lamentele, costituiscono solo la premessa. A queste deve far seguito una decisione ed un’azione, altrimenti sono solo rumore di fondo, tempo perso che è meglio impiegare in altro modo. E prima delle soluzioni ci sono le scelte.
Nessuno si aspetta una rivoluzione ed il compromesso con il sistema è necessario perché ne siamo parte.

Tuttavia: il cambiamento nasce dalla nostra persona, nella nostra quotidianità.
 
_____

Ringrazio vivamente l’amico Bruno per gli spunti forniti nei suoi interventi e nel suo blog.

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11 Responses to I clichè sociali

  1. michele ha detto:

    L’argomento che ci lasci oggi è fascinoso anche perchè è contemporaneo.
    A volte la “verità” è nel mezzo e l’equilibrio della mente delle azioni e delle persone, oggi, sono attratte dalle “finzioni estreme”. Una granda palla piena di aria che s’ingrandisce sino a quando qualcuno, magari un bambino, userà lo spillo per gioco e…..
    Michele

  2. luisa ha detto:

    No ho letto “La casta”, ma devo dirti che conosco il mondo politico e altro. Non seguo la televisione urlata, ma, entrambi, non per snobismo ma perchè sono gli iceberg della nostra società. Le individualità mi interessano di più, le élites mi intrigano e mi sollecitano, le piacevolezze quelle vere mi stuzzicano la fantasia e la bellezza.
    Post davvero interessante.
    Luisa

  3. Michelangelo ha detto:

    Grazie per i vostri interventi.

    Era un po’ che l’argomento mi stuzzicava, soprattutto sulla cresta della recente ondata di populismo.

    Ho sempre detestato il pressapochismo dei luoghi comuni e delle categorizzazioni facili. Come se l’appartenenza o meno ad un gruppo fosse sufficiente a deresponsabilizzarci.
    E che non siamo tutti sulla stessa barca?

  4. apolide ha detto:

    Io ho il vago sospetto che quest’ondata di populismo siala solita manovra di sistema per “rinnovare” un po’ gli apparati, ma poi alla fine nulla cambia… Una cosa davvero strana è che i bersagli sono i componenti del governo. Non una voce (o quasi) sul Berlusca… Strano, no?

  5. bruno ha detto:

    da wikipedia it http://it.wikipedia.org/wiki/Classificazione

    “Le attività di classificazione hanno il fine di organizzare le entità del dominio in esame in modo che possano essere presentate ai fruitori (e da questi possano essere reperite nei contenitori a loro disposizione) servendosi di criteri riconducibili ad una certa razionalità, in certi casi arrivando alla possibilità di avvalersi di regole precise e di procedure.”

    michi, con le verdure non devi relazionarti…con gli esseri umani sì.
    il tuo esempio è accademico, ma decontestualizza anche il mio post principale.

    ho fatto delle osservazioni, ho classificato ciò che avevo di fronte in base ai fattori comuni…niente di meno fazioso o populista.

    l’appartenenza ad una categoria, non è secondaria, ed è così anche nel mondo del lavoro.
    semplice e non offensivo.

    ovvio che all’interno delle singole categorie ognuno di noi abbia delle differenze, un qualcosa di personale che ci contraddistingue, ma facciamo sempre parte di una categoria superiore che ci accomuna ad altri simili a noi per gusti sessuali, di vestiario, di cibo…

    quando si parla, di loro o di massa, non è sempre per dare la colpa a qualcuno, ma per sottolineare che si è in minoranza. per rendere chiaro che non è facile avere idee diverse in un paese in cui il livello culturale diminuisce sempre più invece di progredire…

    etichettare. non si può sfuggire a ciò. come puoi. i gruppetti di pischelli che si incontrano ogni giorno in determinati posti avranno comportamenti simili, da branco…

    come ho scritto, l’importante è non far parte di alcun branco, o in caso ciò sia impossibile, cercare di distinguersi il più possibile.

  6. Michelangelo ha detto:

    Caro Bruno,

    Sono d’accordo con te sul fatto che, come scritto “non possiamo sottrarci ad essere classificatori, ma anche ad essere classificati” perchè. “è umano classificare, è praticamente una necessità, per comprendere e razionalizzare la realtà.”

    In tal senso mi ritrovo perfettamente nella definizione proposta su wikipedia, che conferma come la classificazione sia una ripartizione in “contenitori”, per “organizzare le entità del dominio in esame in modo che possano essere presentate ai fruitori.”. Questo conferma quanto evidenziato nel post, circa i limiti della classificazione, strumento con mera valenza funzionale (come per la verdura).

    Ammessi i limiti di una astrazione in categorie,
    qual è allora la funzionalità di suddividere la popolazione in classi, e raggruppare una parte in una macro maggioranza? Quali sono gli attributi che definiscono questa maggioranza? E la minoranza?
    Nel post ho tentato di definire questi elementi, di identificare chi sono questi “loro”.
    Qual è la tua proposta? Chi sono “loro”?

    Non condivido, infine, il presupposto tentativo di “sfuggire” dall’appartenenza ad una piuttosto che ad un’altra classe. Penso che questa sia una conseguenza delle nostre scelte, del nostro modo di essere o di agire, piuttosto che la causa.

  7. bruno ha detto:

    valenza funzionale, ma non del tutto. se per esperienza alcune caratteristiche di una “cartella” o “classe” sono negative, perchè alimentano un qualcosa nel sottostrato sociale, allora il valore funzionale diventa anche qualitativo.

    mi chiedi: “chi sono loro?”

    loro…

    dipende dall’argomento. se ti riferisci a quello che avevo scritto da me, loro li conosci, ci sei cresciuto in mezzo. e quindi l’accezione non è decisamente positiva.

    non è una questione di sfuggire, ma semplicemente di non farsi omologare. il branco, la massa, loro, vivono di somiglianze, di stereotipi…di gabbie all’interno delle quali o ti adegui o sei fuori. personalmente me ne sto bene fuori dalla maggior parte…

    poi come ho già detto, anch’io sono etichettabile…

  8. Michelangelo ha detto:

    Colgo la palla al balzo: se mi scrivi che la definizione di “loro” “dipende dall’argomento”, allora avalli il fatto che è un’astrazione, un “contenitore” per ritornare alla definizione di wikipedia.

    Allora, in quanto astrazione – e ritornano i concetti del post – non ha molto senso parlare di un “loro” come un qualcosa di concreto, in quanto non lo è. E’ per l’appunto, un astrazione: un insieme di attributi che accomunano alcune persone, ma non le persone stesse.

    capisco la critica che rivolgi a stereotipi poco edificanti che invece, spesso sono amplificati come modelli, dai media. Ma, secondo il mio modestissimo parere, la scelta non è “stare fuori dagli stereotipi”, in quanto tali, quanto piuttosto, scegliere coerentemente con se stessi e poi ritrovarsi fuori proprio da quegli stereotipi che non ci appartengono.

    Un caro saluto.

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